A sera (C) 2017

Vi amo e tornerei con voi ancora al tempo delle favole. Soltanto ieri, tendevo le mani e correvate alla fonte. Tiranno è il tempo che ci fa invecchiare.

Ormai da tempo non vi rialzo più dalle cadute: altri amori troverete lungo le strade. Non ho goduto se non dei vostri primi vagiti.

Mi rimane forte la speranza di un abbraccio a sera, per un ultimo commiato.

Tutti diritti riservati

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Qui (C) 2017

 

Qui dove il canto scompone il tempo, in silenzioso pianto torna a germinare il melodioso amore che mi prende e poi scompare dietro i  fremiti del vento.

Qui è anche il muto candore della notte che non s’arrende al pallido sole del mattino. Solitario fiume che ruscella e serpeggia                                                   nel  ricordo vago di quanto ho amato e perso.

Ma più non torna il barlume di luce che luccica                                                                           sul davanzale alla sua ultima danza.

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Fiori tra i sentieri (C) 2017

Ancora nembi ad oscurare il mio silenzio  orante, indorato dal fuoco che arde al riparo da sguardi indiscreti.

Si è acceso il mar del tramonto a turbare la quiete che si aggira vagando per i nuovi sentieri di pace.

Ma i narcisi spuntano sempre e resistono al sole di notte quando la vita ne decompone il canto.

Rapisci ti prego, Signore, il flebile ignaro sospiro che intrepido smorza le brevi ascensioni notturne.

(Tutti i diritti riservati)

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Commiato (C) 26.1.2017

A mio padre, gioia spenta della vita.

Limiti a confinare la vita entro una disillusa speranza, tra stelle irraggiungibili e sogni non più sperati a folgorare il cielo. Solitudini di ogni tempo sempre dentro questo tempo.

Oggi è un’altra vita che non ci sei più, anche se te ne stavi al chiuso dal resto del mondo per la perdita di senso.

Padre, non ho mai sfiorato il tuo sorriso e acceso in te speranze, se non quando prendesti in braccio il mio bambino. Il resto solo isole in un oceano di isole, tu dono fragile della vita.

Sei voluto andar via ed io a tenerti stretto tra le braccia assenti della morte in un ultimo palpito di commiato, ad evitarti l’imbarazzo della gioia.

Antonella Montalbano (tutti i diritti riservati)

Ad Alda Merini, dedicata (C) 14-18 febbraio 2017 – dittico

I. Tu non ti arrendere  (14 febbraio 2017)

Anch’io ero uccello dalle larghe ali spiegate, dal volo gentile e aggraziato, iride di fuoco su una distesa di sale. Ero allegria possente e sguardo di pace. Tutto mi è stato negato il giorno che il cielo mi spense.

La vita dona o ti svuota il respiro dell’anima con impaziente condanna. Ti copre di un manto di lana, poi ti posta nuda in vetrina. Ti espone alla derisione e ti uccide se credi di essere forte dinanzi ai tuoi tosatori.

Rimane un cerchio di luce a proteggerti dai fallimenti, la grazia di ricominciare dal giorno. E’ notte che può sempre finire e sospingerti verso un canto novello, che ascende le fragili scale se torni a contare le stelle e ad inseguire i tuoi sogni.

II. Anch’io non ho più ali (18 febbraio 2017)

Non ho più ali possenti per spingere altrove il mio corpo ove il caldo profumo d’estate sconfina gli spazi del tempo.

Non sono più stella che brilla nel buio cielo profondo e sa travestirsi di luce per crescere aurora alla terra e così rivestirsi di sole che possa scaldare la notte.

Non ho nemmeno il coraggio di nuove parole d’amore  tra candidi fiocchi di neve posati sui mandorli in fiore.

Neppure frumento di pane per chi ha bisogno di cibo. Non sono parole di pace per chi ha desiderio di quiete.

Dimmi tu chi sono io, amore, se il vento nemmeno mi turba, ma l’acqua che scorre nel fiume non riesce ad estinguer la sete.

Dammi un novello sentiero che sappia sconfiggere il fuoco. Rendimi ancora i tuoi occhi perché io rinnovi i miei giorni.

(Tutti i diritti riservati)

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Nessuna tregua (C) 2017

Nessuna tregua per la mia voglia di vita, ancora accesa al crepuscolo arrendersi delle stelle, ora che busso alla sua porta e non risponde.

Vuoto l’atteso irrompere del giorno, come se fosse inutile il grido del mio incespicare tra i sassi e le betulle, che estingue l’apparire d’un novello canto.

Nella notte tutto m’appare insignificante, perfino percorrere il tempo della fine, ma non m’arrendo alla morte.

Non si spegne al sorger della luna il lume del candelabro, come zattera le cui ali il vento gonfia, finchè dura il battito.

(diritti  riservati)

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SERENO (C) 2017

In questo fluire imperterrito dei giorni si rinnova il pianto e miagola la vita. Le immagini violente rubano i sogni e le speranze, volando al turbinio inquietante della notte.

Ma il tempo sa trovarsi il suo rifugio all’alba e riposare al canto d’usignolo. Tacerà tempesta e tornerå il sereno. L’orizzonte ci farà brillare: immerso nel tramonto regalerà la pace quando il sole andrå a morire in fondo al mare. E tornerà domani, se non si stenderanno nuvole a rabbuiare di nuovo il cielo grigio.

Si. Tornerà l’autunno col suo umore. L’inverno sotto la neve si farà mantello per la notte. Poi ancora primavera, per risvegliarci al canto del mattino, al tempo dell’aurora. Per tornare infine estate coi suoi bagliori iridati dall’arancio colore del mare. E gioirà il mattino.

(Tutti i Diritti riservati)

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Silvia, rimembri del poeta ancor lo sguardo? (C) 2017

Silvia,  rimembri del poeta ancor lo sguardo, quando splendea la luna e il sogno di infinito andava in cerca d’un tuo assenso,  mentre tessevi la tela per le nozze? di giorno e di notte – dalla finestra del palazzo – il conte Giacomo non smise mai di udire il tuo canto melodioso e di sorridere.

Ma non facesti in tempo per l’amore: era destino. Se avessi conosciuto  del suo cuore le pieghe più recondite, il dolore di quel ragazzo triste e della voce la dolce rima che dell’ultimo orizzonte contemplava il mondo oltre la siepe, avresti tu sconfitto il pianto della morte.

A te non fu mai dato di poterti risvegliare dal profondo sonno (neanche con un bacio, sognato tante volte) e il favoloso giovine non diventò mai principe ma poeta gobbo, (anche  se il più grande) e come tale attraversò il mare coi suoi flutti, della vita in tutte le stagioni.

Il suon di te in lui fu tale che mai sdegnò il poeta di ritornare a cercarti in ogni sguardo di donna che il deforme corpo gli permise. Ma rimase sogno da cantare in rime: Silvia, tu non tornasti più. Fu lui a raggiungerti sulla neve,  oltre il canto, in altra vita.

 (foto dal web)

Verrà il mattino (C) 2017

Verrà il mattino e giungerà il perdono: il tempo non è mai oasi di pace. Sempre  in cerca  di riparo il vento tra le fronde. Posandosi leggiadra dondola la luce,  filtrando tra i rami sugli arbusti quasi spogli.

Giunge la sera, dopo il vano correre del giorno. Il buio tra le stelle libera i sogni  che tornano a risplendere. Si accendono al fuoco scricchiolante del camino e scendono  giù dal cuore, ove sgorga il canto della notte.

Sì, giungerà l’alba più radiosa delle stelle e il sole tornerà a brillare. Le gemme stentano a sbocciare: è ancora inverno. Ma la neve le ricopre come bianca coltre. Spunteranno  assieme ai mandorli fioriti.

Occorre dare tempo al tempo: tornerà il mattino e busserà alla porta. Lo rapirà alla costellazione della notte, svegliando la speranza che non può morire. Sarebbe troppo triste il suo risveglio.

(Tratta dalla silloge IL TUTTO O IL NULLA) di Antonella Montalbano

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Il sogno del pellegrino (C) 2017

metafora del ritorno ad Itaca o di attesa di Cielo

Il viandante Ulisse non spense l’ansia di Abramo, il pellegrino. E trasformò, lungo il cammino, in promessa di stelle da contare quel nomade vagare d’un vacuo desiderio di conquiste.

Oltrepasserà, nel postmoderno della fede il suo spaesamento, l’estraneità dell’abitare casa, il disincanto delle sirene allo smarrirsi della Luce, il suo deserto privo dell’amore di Penelope e perfino il naufragio da Itaca, la sua patria amata,  colmando il vuoto che sa di disumano. Sì, tornerà a cantare la nostalgia del ritorno al suo principio.

Vinse il tormento l’inquieta corsa del presente, non la sperante attesa dell’incontro con il perduto amore e illuminò l’eterno sogno d’un oggi pieno di futuro. Senza parole, lo sguardo si ricompose e divenne abbraccio. Ancora oggi, la fede può dar ragione al pellegrino che non s’arrende, all’ alba d’un nuovo inizio, allo spuntare del mattino.

Tratta dalla silloge IL TUTTO O IL NULLA.

Natale: (C) 2016

E’ un fiorire di luci rapite dal canto che arde nel cuore umano. Quel luccicare vano che si agita nel tumulto e poi si spegne come fuscello al vento.

Le solitudini si ritrovano sul cammino dei pastori ai margini del presepe. Lasciano il bivaccare ai fuochi per un più alto richiamo: santa è la notte che nostalgica  vive ai margini delle città.

Perchè alzar lo sguardo a cercar la stella? il vuoto impera ancora, ma non elude la domanda di pace che fa eco alla speranza, attratta dal salmodiare decembrino delle nenie.

Il silenzio invoca il cielo, che poi si schiude e brilla sulla volta d’una mangiatoia. Dio s’è fatto sarx:  fragilità, debolezza, piccolezza, povertà,

per educare l’uomo al rispetto d’ogni uomo che vive sulla terra, ove rimane solo l’eterno lampeggiare d’una cometa, la notte delle martoriate terre d’una vergognosa guerra.

(tratta dalla silloge IL TUTTO O IL NULLA)

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Fiori nel deserto Dittico per Aleppo e Mosul

Partecipazione alla II edizione del Concorso Il Parnaso, https://www.facebook.com/concorsoparnaso/

 

1. TEMPO SOSPESO

E’ buio fitto, di morte: tempo sospeso alla vita. Chi giunge in fondo al viale non veglia più. Quanto altro male, Signore, prima di giungere al porto sospirato?

Ci stordisce questo silenzio, come se fosse alieno dal dolore.

La luce traspare impercettibile: lo sguardo non si volge al cielo,  ma alla terra.

Se almeno fosse per cercare il volto tuo, là ove piagato geme sotto la sferza delle battiture!

La croce s’è di nuovo issata ove in origine, per primo, giunse l’annuncio della Sua vittoria! Sempre attuale la parola: “Chi vuol venire dietro a me, prenda la croce e mi segua”.

2.FIORI NEL DESERTO

Fiori nel deserto siano anfore che attingono acqua per dissetare i fratelli. Le paure ci imprigionano nei recinti del tempio, ove restiamo a lungo per recuperare la speranza.

La luce del Risorto ci eleva a guardiani dell’universo e di ogni povero che geme sulla terra: solo tu, Signore, puoi guarire  il mondo  dal maligno,  ma le ferite,  sempre aperte, infettano tutto il corpo che orribilmente langue.

Voci di lamento s’innalzano su Gerusalemme e invocano il tuo Nome:  non essere più sordo, Signore: ti imploriamo!

Il cuore s’è squarciato, come il tuo costato sul Golgota, ma la preghiera apre un varco alla speranza, la carità ci spinge a inginocchiarci: la fiducia non s’arrende nemmeno oggi

che piove martirio su Aleppo e su Mosul.

(tratta  dalla silloge inedita IL TUTTO O IL NULLA di Antonella Montalbano)

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Temporale d’autunno – san Martino (C) 11 novembre 2016

Si sente l’acqua che scroscia e le saette che guizzano. Si percepisce il tuono. Ci si sente immersi nel temporale!

Sale dal mare e s’infrange sulla scogliera, balzando sui lampioni che s’insinuano tra la nebbia fitta, ove il viandante dal litorale cerca riparo.

Rimbomba adesso forte il temporale che fa a giorno il cielo già imbrunito allo sprovveduto forestiero. Le saette guizzano, gareggiando con i tuoni roboanti.

La pioggia scroscia per le strade che bevono a bocche spalancate dalla sete per l’estiva siccità. Trema pure la terra in questo autunno che incombe sulle case, spazzando via ciò che rimane dei nostri sogni che stentano a morire.

Ed è subito notte.

(Tratta dalla silloge IL TUTTO O IL NULLA)

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Fa tanto freddo (C) settembre 2016 (Partecipazione al Premio Le Mezzelane)

             I

Oggi anche il sole ha smesso di brillare: fa tanto freddo.

Il corpo arato inaridisce, tingendo di scuro le sue curve. Le immagini ritornano a violentare la memoria (anche ad occhi chiusi) e i mostri sghignazzano anche di giorno, vagando per le stanze d’una casa ostile.

Le finestre restano tappate, come di notte: anche un barlume di luce le offende.

Perfino il mare è un tiranno che ingoia ogni voragine, e schiuma incontenibile i sogni infranti.

E se il tempo vola, vola solo per chi ha violato l’anima delle donne, non solo la pelle. Il tempo per loro s’è fermato.

II

Ridono i violatori d’aver usurpato: prevale l’immagine violenta della follia dei maschi: secoli di deportazioni e ruberie di predatori di donne e di bambine di colpo adulte, raccapricciate, schifate e stordite dal veleno iniettato nelle vene.

III

Chi si ferma a considerare se questo è umano?

E le madri? Dove sono? Che madri sono? Predoni pure loro di maschi?

Chiedetevi se questo è essere madri. Chiediamoci chi ha generato tali mostri. Perché non si può essere donne-madri, aver partorito e averlo dimenticato.

Forse anche loro sono state violentate da altri maschi! Mentono: le madri e i padri che li hanno generati, altri usurpatori di coscienze.

IV

Non rubate – (ci) più la vita. Già dura è la fatica che non scalda più le serate. Nella violazione, è tormento inenarrabile da consumare ad ogni ora del giorno e della notte.

La solitudine sa come farsi odiare. Quando è violata, assume il volto dello strazio.

Chi rimane nel deserto langue: il freddo appiattisce ogni visione e inasprisce il cuore, più passa il tempo e le serate senza un abbraccio.

V

Forse,  lo sguardo attento d’un compagno (pochi ne nascono, pochissimi con l’animo delle donne), curerà  le ferite e i graffi di queste battiture.

Dipende dal padre, dal fratello dai loro sguardi attenti, dalla fiducia e dall’ascolto che apre un varco alla speranza.

Verrà il futuro nel grembo inaridito se l’oggi è così fugace e incerto?

Lo sguardo fissa le possibilità allo specchio che non lo riconosce e invera un’ipotesi di vita: adesso esiste solo l’oggi così imperfetto.

Lascia l’attesa ogni cura al tempo che forse restituirà la pace. Ma rimane ipotesi, anche se è già tanto.

E più il tempo incalza e più ferite, se il cuore chiude alla vita il canto.

(foto dal web)

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E il ciel, infin, si tinse

Screenshot_20171205-104500.pngE il ciel, infin, si tinse di cumuli di nuvole, stagliandosi lontane all’orizzonte.

Tempo ormai distante,
tra il già trascorso e il dì a venire,
contrappasso all’ approdo ultimo.

E noi sempre qui a dipingere, al suo rovescio, la tela del Pittore.

Nulla, nulla ė piu uguale a prima, neppure il pianto dell’aurora al suo tramonto

O quello dell’attesa, quando si mette a turno, in fila.

Arriva, si arriva, ma intanto il tempo scorre fermandosi al capolinea, all’ ultima stazione,
baciando poi la terra che versa ancora miele.

E adesso, che rimane? L’avvicendarsi del tempo, quando sconfina il canto della notte.

Del giorno osserva il sorgere e il suo piegarsi umile,
entro le pieghe assorte del dolore.

 

(C) Diritti riservati